A
Sanza, questo pittoresco paese cilentano, adagiato su un colle a 607 metri
d'altitudine, dove trascorse gli ultimi anni di vita, lo ricordano col nome di
“Beato” o “Padre Santo”, nonostante che il cammino verso la santità si sia
arenato allo stadio iniziale, quello di “Servo di Dio”. Sulla sua tomba, nella
chiesa dell’ex convento francescano, la gente del luogo depone preghiere e
fiori, invocando la Madonna affinché un giorno egli possa assurgere agli onori
dell’altare: “Deh! Riponi, eccelsa Madre, - sugli altari il Santo Padre, - il
suo Corpo venerato - fa che sia dissotterrato”. Padre Angelo da Maiori, al
secolo Gaetano Riccio, morì il 12 novembre del 1738. Un opuscolo, redatto da
Padre Clemente Paolini, o.f.m., e pubblicato nel 1951, ci offre una sintesi del
suo percorso terreno. Nato il 10 maggio 1670 nella cittadina della Costa
d’Amalfi, dove peraltro è pressoché ignorato, il piccolo Gaetano fu
battezzato quello stesso giorno al fonte della Chiesa Collegiata. E “come aprì
la sua anima alla virtù all’ombra del Santuario di S. Maria a Mare - scrive
Padre Paolini -, così maturò la sua vocazione religiosa presso il Convento
francescano”, che è sul limite occidentale del lungomare. Fondato nel 1405,
incendiato dai turchi nel 1435, esso fu riedificato, secondo la tradizione, da
S. Bernardino da Siena l’anno seguente. Si narra che il monaco senese fece
sgorgare, in un periodo di siccità, acqua da una rupe. Dell’avvenimento rimane
una iscrizione su una fontana ormai prosciugata.
Gaetano
fu mandato a studiare teologia a Napoli in un convento, detto di S. Maria della
Compassione, situato presso il Maschio Angioino. Divenuto frate Angelo, fu
trasferito a Cava dei Tirreni, quindi a Sarno, dove completò gli studi di
filosofia e teologia e fu ordinato sacerdote. Al rientro a Napoli si dedicò
all’insegnamento, esercitato nello stesso convento. Apprezzato dai superiori, fu
nominato Maestro dei Chierici, che, “più che sentire la sua calda parola
ammonitrice, seguivano il suo esempio che trascinava
irresistibilmente”: preghiera e umiltà. Ma egli avvertiva un desiderio di
pace e di raccoglimento. Ottenne perciò di ritirarsi nel convento di S. Maria
della Neve, a Sanza. Avrebbe voluto fare l’eremita, ma lì fu chiamato a
confessare, a predicare, ad assistere sofferenti e moribondi. E cominciò ad
essere protagonista di episodi straordinari. Padre Paolini riferisce che una
sera, insieme con un confratello, egli si avviò lungo la strada che porta sul
colle del Cerro. “Giunto colà a notte avanzata, chiese ospitalità ad alcuni
pastori ricoverati in una capanna. Dopo aver scambiato con loro alcune parole,
trasse in disparte uno di essi, celebre facinoroso, che viveva di furti e di
omicidi, e con paterne parole l’indusse ad accusare in confessione le gravi sue
colpe. Mentre scendeva verso il Convento, il cielo cominciò a rabbuiarsi, e in
breve tempo scoppiò un furioso temporale. Il Servo di Dio, mettendo piede in
Convento, volgendosi a Fra Luca, ‘Fratello, gli disse, quel tale da me
confessato, è morto in questo momento, colpito da fulmine: ma la sua anima è
salva’. Il giorno dopo alcuni boscaioli, salendo verso il colle del Cerro,
trovarono disteso al suolo il famoso bandito”.
Il vescovo di Capaccio, che lo volle suo consigliere, gli affidò l’evangelizzazione della diocesi, che si estendeva fino a Teggiano. In quest’opera egli fu spesso affiancato da un frate cappuccino calabrese, Padre Angelo d’Acri, poi proclamato Beato.
Padre Angelo da Maiori sapeva leggere nel futuro, ma anche nel cuore della gente. Riusciva a far desistere, ad esempio, un uomo dall’incontro con una donna di malaffare o da una reazione violenta ad un torto subito. La gente accorreva numerosa: per ascoltarlo nelle predicazioni, per confessargli i peccati e riceverne l’assoluzione, per confidargli le proprie pene, per invocare da lui qualche grazia.
Nel processo informativo avviato per la beatificazione, si legge, tra le altre, questa significativa testimonianza: “Il Servo di Dio menava una vita di angelo più che di uomo. Si esercitava in aspre e dure penitenze. Tante volte giungeva talmente a mortificarsi e a flagellarsi, che cadeva quasi morto al suolo. Avvertito di ciò più volte il Superiore, ad evitare che tali penitenze si rinnovassero a danno della salute, dispose che un confratello costantemente lo vigilasse, per frenarlo nei suoi trasporti di avanzata macerazione della carne”.
Padre Paolini racconta che il confessionale di Santa Maria della Neve fu l’ultima cattedra di Padre Angelo, fino a quando egli non chiuse gli occhi, quel 12 novembre 1738, cantando lodi alla Madonna. Da allora la popolazione di Sanza ne custodisce con affetto e devozione le spoglie, tramandando di generazione in generazione la sua memoria e la testimonianza dei prodigi compiuti.
© Sigismondo Nastri
lunedì, 18 giugno 2007